Nascimbeni - Spiritualità

 

 

LA SPIRITUALITÀ

DEL BEATO GIUSEPPE NASCIMBENI

La spiritualità è l’apertura di ogni uomo al mistero, che di fronte al reale e alla storia fa una scelta decisiva, fondamentale e unificante, capace di dare un senso definitivo all’esistenza. Dal punto di vista cristiano la spiritualità è la coincidenza dello spirito umano con lo Spirito divino. Quella di Nascimbeni è «cristocentrica»: un particolare modo di andare a Dio attraverso Cristo, «centro della storia», in quanto in lui «l’umano e il divino si incontrano».

Solitamente un fondatore è particolarmente colpito da un aspetto della vita di Cristo; Nascimbeni, invece, rimane colpito dal «Mistero di Cristo» nella sua interezza: dal «Presepio» al «Calvario», dalla vita a «Nazareth» a quella pubblica, culminata nel «Mistero pasquale», prolungato quotidianamente dall’«Eucarestia». 

 

SPIRITO DI UMILTA'

Nascimbeni coltiva la coscienza del suo essere «niente» davanti a Dio, solo uno strumento nelle sue mani. L’«Eucaristia» è la forza che lo aiuta a superare ogni difficoltà e a non tener conto delle critiche nei suoi riguardi.

Ricordatevi che niente più siamo di quello che siamo agli occhi di Dio, che il buon concetto del mondo non aggiunge niente al nostro merito. Le nostre opere sole sono quelle che ci rendono giusti o peccatori al cospetto di Dio.

  

DEVOZIONE EUCARISTICA 

Con gli indirizzi del papa Pio X, si ha nella Chiesa un risveglio della pietà eucaristica, vincendo l’opposizione giansenista alla frequenza dei sacramenti. Si diffonde il culto dell’Eucarestia con varie manifestazioni: adorazione notturna, la pratica dei «primi venerdì del mese», i congressi eucaristici locali, nazionali, internazionali. Il biografo Don Trecca afferma che della canonica rimane immutata solo una parte, una «stanzetta» dalla quale si vede il tabernacolo:

Un localino resta immutato: se la canonica era il domicilio quest’era la residenza abituale e personale del parroco; se non era in chiesa era là; ma anche là era in chiesa, ché il finestrino prospettava il tabernacolo…. Potesse parlare, mi dice la suora, quel finestrino quante cose direbbe! La S. Messa è un vero sacrificio in cui Gesù s’immola a suo Padre.

Lo si vedeva molte ore prostrato dinanzi al tabernacolo.

Eccomi come cera al fuoco. Imprimetemi voi quell’immagine che meglio vi piace. Fatemi come volete. Io non ritengo nulla per me. Tutto rimetto alla vostra misericordia.

La fede mi insegna che qui dentro sotto le apparenze d’un po’ di pane c’è Gesù Cristo vivo e vero, glorioso come sta in cielo alla destra del Padre. La fede ancora mi insegna che dov’è una persona ci sono anche le altre due; sicché qui dentro non solamente c’è Gesù Cristo, ma per concomitanza c’è anche il Padre e lo Spirito Santo. 

UOMO DI PREGHIERA

Nascimbeni scrive sempre con cura tutte le conferenze o le omelie che tiene alle suore e al popolo, affidatogli dal suo vescovo ausiliare mons. Bartolomeo Bacilieri, che lo ha inviato nello sperduto frazione di Castelletto, sul lago di Garda, il 2 novembre 1877 come coadiutore e dal gennaio 1885 come parroco.

I testimoni uditi per la deposizione al processo di beatificazione affermano che Nascimbeni è uno «straordinario uomo di preghiera», capace di pregare a lungo senza stancarsi, fiducioso che, attraverso la preghiera, avrebbe ottenuto tutti i doni possibili per sé e per le persone a lui affidate.

Uomo di preghiera. La preghiera vivente. Pregava sempre e dappertutto. La preghiera era il suo vero respiro. La preghiera era la sua vocazione. Aveva il dono della preghiera. Era impastato di preghiera. Non era mai stanco di pregare. Era persuaso della onnipotenza della preghiera. E la preghiera gli usciva spontanea, ovunque si trovasse, essendo essa la sua forza e la sua gioia.

Le testimonianze sono concordi nell’affermare che quando prega si trasforma completamente e sembra non essere più in questa realtà terrena:

La sua fede era grandissima, davanti al SS.mo esposto sembrava andare in estasi; … grande l’amore verso Dio, e verso il prossimo specialmente se povero e bisognoso.

Quando celebra la Santa Messa si immedesima profondamente nel mistero eucaristico:

Stava estatico davanti al tabernacolo, pareva rapito durante la santa Messa, bisognava scuoterlo tant’era assorto, talvolta, in camera, genuflesso dinanzi a un crocifisso.

Un principe, un re della terra, donerà alle persone che ama ricchezze, onore, donerà talvolta lo stesso suo regno, ma Gesù Cristo ci ha fatto un regalo senza confronto maggiore: ci ha donato se stesso, ci ha dato e ci dà continuamente nella Ss. Eucaristia, il Suo Corpo, il Suo Sangue, la sua anima, la sua divinità, e a tutti indistintamente, non solamente ai grandi, ai ricchi, ai potenti, ai vescovi, ai sacerdoti, ma a tutti, ai poveri, ancora agli ultimi degli uomini. Vedete o miei cari, quale generosità è questa. Se la fede non ci assicurasse di questo, avremmo noi osato domandare al Signore questo dono? Ebbene, quello che noi non avremmo mai sognato di chiedere, Cristo ce lo diede, come Uomo non poteva darci di più, poiché ci diede lo stesso suo Corpo, il suo Sangue, l’anima sua; come Dio non poteva darci di più perché ci ha dato la stessa sua divinità. In questo Sacramento d’amore Gesù Cristo ha dato fondo ai tesori della sua infinita ricchezza; quantunque sapientissimo, non avrebbe saputo darci di più.

La spiritualità eucaristica si esprime nelle frequenti «esposizioni» in occasione di giornate solenni e a scadenze mensili fisse. Per aiutare i parrocchiani Nascimbeni utilizza molto i segni esterni di pietà: prepara con particolare attenzione le «Quarantore» e organizza «processioni eucaristiche», durante le quali vuole che le suore indossino una particolare «divisa bianca con lo scapolare rosso».

 

ISTITUZIONE DI CONFRATERNITE

Nascimbeni si apre alle urgenze dei suoi parrocchiani, ai bisogni del suo «povero popolo», e per infervorare i parrocchiani alla spiritualità eucaristica dà impulso alla «Compagnia del Santissimo», ai «Paggi del Santissimo», ad associazioni e confraternite per la riparazione e l’adorazione quotidiana perpetua. Diceva ai parrocchiani:

Ravviviamo la nostra fede, e tutti fermamente crediamo che qui dentro c’è quel corpo che la seconda persona della SS. Trinità prese nel seno dell’Immacolata Vergine Maria.

Attribuisce il nome di «Orfanelle del Santissimo Sacramento» a un gruppo di bambine orfane accolte in Casa Madre nella prima guerra mondiale. Sull’esempio del Fondatore, la vita delle sue suore trova nell’Eucaristia il centro della giornata, il senso della vita comunitaria ed apostolica.

 

FEDE NELLA PROVVIDENZA

La fede nella «Provvidenza» è testimoniata nella vita cristiana nella preghiera di domanda e nell’abbandono fiducioso in Dio Padre. La teologia contemporanea sottolinea che la fede nella «Provvidenza» non implica nessuna passività nei confronti del cosmo e della storia, anzi richiede dal credente la sua attiva collaborazione con Dio per portare il creato alla sua compiutezza. La fiducia nella Provvidenza divina è una caratteristica peculiare del fondatore. Suor Pazienza Montoli così testimonia:

La fede del Servo di Dio nella Provvidenza divina risaltò specialmente nella Fondazione dell’Istituto, perché beni terreni non ne possedeva. Ci spingeva poi a lavorare con occhio fisso nella vita eterna, dicendoci che avremmo raccolto quello che avevamo seminato.

Consapevole della propria creaturalità si rimette alla volontà divina e nelle contrarietà prega affermando: Senza Dio non si può far nulla ed esortaanche le sue figlie spirituali ad affidarsi a Dio in ogni necessità.

Il suo primo biografo e storico del tempo, Don Giuseppe Trecca, asserisce che egli possiede una fede molto forte nell’intervento divino. Ne è prova il fatto che, quando necessita di aiuto per il nuovo istituto, dirama, il 10 agosto 1892, circa trecento appelli stampati con l’aiuto di Don Pietro Bonilli, in cui chiede sostegno per la fondazione che intende erigere, a sacerdoti e a persone facoltose, per poter iniziare la nuova congregazione. Dichiara che si trova in condizioni economiche critiche, tuttavia:… «che Dio voglia aiutarmi ho incrollabile fiducia». Non attende l’esito delle richieste e si avvale dell’aiuto dei coniugi Ziparei. È questo il soprannome di due coniugi di Castelletto, persone agiate e pie, senza eredi diretti: Giambattista Togni e Domenica Brighenti. Vogliono impiegare i loro averi in opere di beneficenza e offrono tra le venticinque e le trentamila lire che costituiscono il sostegno economico di base. Nascimbeni inizia la costruzione di quello che sarà il primo nucleo della Casa Madre: il «conventino». Si tratta di una piccola costruzione che, all’epoca della sua apertura, verso la fine del 1892, sorgeva solitario di fronte al lago, circondato da un muro e abitato dalle prime quattro ospiti, dopo che era stato concesso il permesso di abitabilità da parte dell’autorità comunale. Al pianterreno si trova l’asilo; al primo piano quattro celle di minime dimensioni, un laboratorio, una piccola cappella senza panche, una cucina, una dispensa.

I seguenti dettagli testimoniano l’austerità che vi regna:

Tre crocifissi quindi, quattro immagini della S. Famiglia e di S. Francesco nelle celle, un orologio da muro, una lanterna costituivano il mobilio di supererogazione; a mezzo corridoio, il campanello della sveglia era mosso da un filo, che penetrava in cella della Madre attraverso un collo di bottiglia. 

DEVOZIONE ALLA SACRA FAMIGLIA

Tra le numerose devozioni di Nascimbeni emerge quella alla Sacra Famiglia. Scrive nei primi anni del suo sacerdozio:

Cara mia mamma Maria, mio protettore San Giuseppe, dolce Cuor del mio Gesù, a Voi commetto in questi giorni la salute dell’anima mia. Eccomi come cera al fuoco. Imprimetevi Voi quell’immagine che meglio vi piace.

In sintonia con il Breve Neminem fugit del papa Leone XIII, Nascimbeni scrive:

Gesù, Maria e Giuseppe sono le tre grandi stelle che nel nostro secolo devono rischiarare e salvare dalle sue rovine la combattuta famiglia cristiana.

Rivolgendosi a Madre Maria, la cofondatrice, Nascimbeni auspica:

Il Signore ti faccia ancora più santa, ti aiuti fortemente a ricopiare in te gli splendidi esempi della Sacra Famiglia perché tu possa fare del bene ancora più tanto a tutte le suore che furono alla tua cura affidate dalla Volontà del Signore.

Negli esercizi spirituali Nascimbeni esorta se stesso e le suore a «sostare nella casa di Nazareth»:

In questa casa di Nazareth io vi lascio!… Vedendo Gesù condurre per trent’anni una vita così oscura, così umile e sto per dire così ordinaria, verrà in mente anche a noi di ordire nel silenzio e nell’umiltà la tela della nostra salvezza. 

SPIRITUALITA' DEL LAVORO

Egli considera il lavoro quotidiano come partecipazione allo stesso stile di vita scelto dal Salvatore e mezzo di partecipazione alla redenzione.

[A Nazareth Gesù] aiutava Giuseppe nel mestiere del falegname. Quanta umiltà, la insegna più con l’esempio che con le parole. Padri, madri, maestri e superiori predicate più coi fatti che con le parole... Impariamo ad essere umili nei pensieri e nelle opere. Gesù Cristo che è Dio non ha rossore di maneggiare la sega e la pialla con quelle mani santissime…; dovette guadagnare da vivere col sudore della fronte. Considerate per poco chi è che travaglia nella bottega di Nazareth... Il lavoro diventerà come cosa sacra per voi e offrirete a Dio il vostro sudore. 

Non si può spiegare la vita di Cristo senza l’amore per Dio suo Padre e per gli uomini.

Si è sempre detto che l’amore è come una calamita che attira i cuori ad amare. Gesù adunque amandoci al segno di sottostare a quelle miserie, a quei patimenti, a quelle privazioni, ci attira tutti come celeste calamita... Accostiamoci dunque in ispirito tutti, giusti e peccatori, a quella mangiatoia, dove oggi abbiamo contemplato il Bambino Gesù. Chiediamogli perdono dei nostri peccati ed offriamogli insieme i nostri cuori promettendogli il nostro amore nel tempo e nell’eternità.  

 

AMORE AL CROCIFISSO

«Toccato dall’amore di Cristo», per penetrare maggiormente nella sofferenza, che egli ha patito per la salvezza dell’umanità, Nascimbeni fa quotidianamente la «Via Crucis». 

Gesù ci ha amato da tutta l’eternità... ci ha amato col farsi uomo e nostro fratello, col nascere bambino nella stalla di Betlemme, col vivere trent’anni nella povera casetta di Nazareth affine di darci gli esempi delle più belle virtù. Ci amò coll’assoggettarsi per noi a sommi disprezzi ed acerbissimi dolori alla morte di croce versando fino all’ultima stilla il suo sangue prezioso. [Alle suore, durante gli esercizi spirituali, così si rivolge]: Mie buonissime figlie, vi invito a salire con me il Calvario per dare uno sguardo all’agonizzante divino e udire la parola “Sitio”. Chi non si commuoverà al suono di questa parola che esce dalle sue labbra? Rimasto senza sangue nelle sue vene, stanco per il viaggio, con la croce sulle spalle, avendo riarse le sue labbra, tormentato dalla sete, chiede un sorso di acqua: “Sitio” […]. Ho sete, o uomini, della vostra salute e della vostra redenzione. Deh, saziate questa sete che mi tormenta, salvatevi, salvatevi.

Tiene sempre sul suo tavolino il crocifisso e lo indica dicendo: Ecco il mio padrone. Negli esercizi spirituali che detta alle suore parla frequentemente della «Passione di Cristo» ed esorta a conformarsi a lui nel dono totale di sé, incuranti del sacrificio.

Là sul Calvario chi gli sputava in faccia, chi lo malediceva ed Egli sempre taceva; gli insulti non si poterono assolutamente contare. Chi aveva Egli innanzi allo sguardo mentre lo flagellavano? Le anime religiose ed è a loro che rivolge le seguenti parole: “Oh, le mie carissime spose! Ogni volta che vi ricorderete della mia flagellazione dolorosa, non sarà per voi cosa faticosa mortificare le vostre passioni”.

Vedetelo coronato di pungentissime spine, il suo volto è rigato di sangue, le spalle sono coperte da un mantello di porpora, nelle mani tiene una canna, per burla. Poi lo schiaffeggiano, gli strappano la barba, gli danno calci, lo percuotono sulla testa per fargli sentire di più gli spasimi delle spine che gli trafiggono il capo. “Ecco sorelle – vi dice Gesù – la corona con la quale voi pure dovete cingere la fronte nel vostro sposalizio con me: spine e non rose, patimenti e pene e nessuna delizia in questo mondo”. Finalmente lo si sforza a salire l’erta del Golgota, dove giunge tra atrocissimi spasimi. Qui fa una solenne dichiarazione a chi aspira a sposarsi con Lui: Chi vuole venire dietro di me rinunci a se stessa (Mt 16,24) coll’obbedienza la più rigorosa, prenda la sua croce della povertà, della mortificazione e della pazienza, la prima per mantenersi fedele nella vocazione religiosa, la seconda per disporsi al gran sacrificio di tutta se stessa, e mi segua […]. Sorelle amatissime, per chi sofferse tanti dolori? Per chi agonizzò tre ore? Per chi si lasciò abbeverare da amarissimo aceto? Per voi, sorelle, principalmente, e quando pronunciò quella memoranda parola: “Consummatum est” (Gv 19,30), fu allora che v’invitò ad amarlo assai fortemente.  

SPIRITUALITA' DELL'INCARNAZIONE

Sull’esempio del santo di Assisi, che contemplava Cristo nel suo atteggiamento di abbassamento,di umiltà, di obbedienza,di povertà, di servizio, di totale offerta di sé nella passione e morte, Nascimbeni si mette alla sequela di Cristo, in spirito di «minorità», cioè di umiltà.

La spiritualità del fondatore si esprime più nell’agire che nell’argomentare: è un pastore più che un teologo, pertanto si sofferma a contemplare gli atteggiamenti di Cristo, più che a disquisire su di essi. 

Portiamoci col pensiero là fino a Betlemme e interroghiamo quei buoni pastori che, fortunatissimi, ebbero dall’angelo l’avviso della nascita di Gesù e andarono per primi a vederlo e adorarlo. Anche noi, con la fede e con lo spirito entriamo in quella benedetta capanna. Tutto intorno a Gesù ci predica umiltà, povertà. 

SPIRITUALITA' SACERDOTALE

Nascimbeni ritiene che il presbitero deve configurarsi a Cristo, unico e sommo Pastore. Occorre vivere come Cristo, pensare come Cristo, agire come Cristo, vivere, cioè, un’intensa vita interiore per poter donare l’amore che Cristo dona. Intende la parrocchia come una piccola Chiesa dove egli deve difendere i suoi parrocchiani dal male e dall’errore. Nelle sue omelie insiste sul fatto che la fede non deve essere soggettiva, né prorompere dagli impulsi del cuore, ma deve nascere dallo Spirito e concretizzarsi nel vissuto quotidiano. Diversamente da Francesco, che accentua le caratteristiche mistiche, il fondatore si volge soprattutto agli aspetti pastorali e alla dimensione sociale della Chiesa, attraverso l’impegno di riscatto dei poveri e degli umili.

La devozione a Maria attinge sia per il Fondatore che per Francesco dalla Scrittura, dalla Liturgia e dalla pietà popolare. Maria è contemplata come la più grande delle creature, partecipe della missione redentrice di Cristo. Mentre Francesco accentua la contemplazione di Maria (la saluta come Signora, Regina, Ancella), il fondatore esorta ad imitarne le virtù, ma consapevole che non si può imitare se prima non si è contemplato. Cristo è sempre il punto di riferimento costante di Nascimbeni, che ricava dal suo esempio l’atteggiamento morale da ricopiare sia per sé che per le sue suore. 

Dopo la caduta di Adamo, tutti gli ebrei aspettavano il Riparatore, ma chi avrebbe creduto che questo Riparatore sarebbe nato in così povero stato? Chi non sa che Egli è vero uomo, ma anche vero Dio ed è perciò il padrone dell’universo? Suo è il cielo, sua tutta la terra… ma perché nascere così poveramente? Per darci uno splendido esempio di povertà, per incoraggiarci ad amare questa virtù ed in questa imitarlo.  

ATTEGGIAMENTO DI FRONTE ALLA MORTE

Francesco, parlava di «sorella morte», e anche Nascimbeni ha sempre davanti il pensiero della morte, che non gli fa paura e la chiama la sua compagna. Spesso recita preghiere specifiche in preparazione alla stessa, in particolare alla morte di una suora, oppure il 19 di ogni mese. Spera sempre nella bontà di Dio, quantunque si consideri il peccatore più grande del mondo. Il momento della morte, che rivela quanto una persona abbia vissuto intensamente la preparazione all’incontro il Dio, è vissuto da Nascimbeni con straordinario abbandono. In vista del passaggio da questo mondo all’eternità, nel corso della malattia che lo rende infermo per cinque anni, afferma: 

Offro al Signore la mia vita e la mia morte in omaggio alla SS.ma Volontà di Dio ed in espiazione dei miei peccati, ed intendo morire da buon sacerdote e nella Chiesa Cattolica Apostolica Romana, in unione di mente e di cuore col Papa e col mio Vescovo.

Leggi tutto